E QUINDI SI ASPETTA
NOCCIOLINE - RIFLESSIONI UN TANTO AL CHILO

La guerra tiene banco, ovviamente. E così passano sotto silenzio notiziole iraniane che meriterebbero più spazio, sulla stampa mondiale e nelle nostre riflessioni. Per esempio, quella che riguarda le giocatrici della nazionale di calcio che il 5 marzo, mentre si trovavano in Australia per disputare la Coppa d’Asia, si sono rifiutate di cantare l’inno nazionale. Attenti: non per condannare la protervia di Trump e di Netanyahu, che da una settimana buttavano bombe sulle loro case, ma per protestare contro il regime di Teheran che tratta le donne come sappiamo. Avevo scritto qualche giorno dopo, riportando il fatto, che ci vuole un enorme coraggio per fare una cosa del genere a quelle latitudini: non si rischia di venir respinte dal getto di un idrante mentre sei in corteo; o, al più, di prendersi una manganellata da un poliziotto… Quando ci si schiera contro l’odine costituito si rischia la pelle. E se sei in Australia, a rischiare l’impiccagione sono i tuoi parenti rimasti a casa. Detto, fatto. Tre di quelle ragazze coraggiose ma avventate che il 10 marzo avevano chiesto asilo politico a Canberra, dopo essere scappate di notte dall’albergo australiano seminando il servizio di sicurezza iraniano che le inseguiva, stanno rientrando a Teheran per provare a salvare la vita ai propri familiari… In patria, la tv di stato le aveva già bollate come “traditrici della nazione in tempo di guerra” e “infedeli”. E i guardiani della morale e dei precetti islamici avevano subito reagito di conseguenza, come prevede il loro copione… Sembra, infatti, che nulla fermi l’intransigenza dei Basij, i miliziani volontari che contribuiscono al controllo sociale e all’ordine pubblico, né dei Gasht-e Ershad, i poliziotti responsabili di far rispettare rigorosamente il codice d’abbigliamento islamico (Shari’a) per le donne. Di certo non ci stanno riuscendo i bombardamenti americani e israeliani né lo stillicidio di ammazzamenti mirati dei vertici del regime. La ventilata sollevazione popolare contro la guida suprema di turno e le sue forze armate non c’è stata e non è favorita in alcun modo, anche perché chi bombarda ha interessi più materiali, più pratici, della libertà degli iraniani; e chi osserva -il resto del mondo- non ha chiaro se debba schierarsi e, nel caso, quando; e se quando, a favore di chi. Perché, al momento, è tutto piuttosto confuso: sperare che il popolo iraniano si liberi del giogo degli ayatollah significa augurarsi che questo conflitto lo chiudano gli Stati Uniti da vincenti; e, di contro, tifare per la resistenza del leader massimo e compagni contro gli imperialisti a stelle e strisce vuol dire lasciare al proprio destino gli uomini e, soprattutto, le donne dell’Iran. E quindi? Si aspetta.


Molto vero…